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Archeologia Navale

La specificità dell’archeologia navale si qualifica in modo netto all’interno della ricerca archeologica. Premesso che, sul piano metodologico, l’archeologia è una sola, sia essa di superficie o subacquea, riteniamo importante sottolineare la definizione di archeologia navale, che talvolta, in modo improprio, viene considerata come parte dell’archeologia subacquea. L’archeologia navale, infatti, si avvale dell’archeologia subacquea, ma non è una branca di questa. Se l’archeologia subacquea deve intendersi come “archeologia sott’acqua”, dunque come un’applicazione particolare dell’archeologia, rispondendo ad una specificità tecnica ed operativa dettata unicamente dal contesto ambientale in cui si opera, l’archeologia delle acque interessa tutte le evidenze relative ai più diversi contesti del rapporto uomo-acqua nel tempo, sia nella condizione originaria sia nelle evoluzioni successive, nonché nelle condizioni operative in cui viene a trovarsi oggi l’archeologo (nel caso di quei siti che in origine si trovavano in superficie e che, col tempo, sono venuti a trovarsi sott’acqua a causa delle modificazioni geomorfologiche del territorio). L’archeologia delle acque, dunque, interessa tanto la ricerca in ambiente subacqueo quanto quella in ambiente umido o “all’asciutto”. L’archeologia navale, invece, si colloca come disciplina autonoma che ha per oggetto di studio le imbarcazioni, gli aspetti tecnici e culturali ad esse connessi, avvalendosi oggi tanto dell’archeologia subacquea quanto dell’archeologia di superficie (nel caso dei relitti che hanno subito processi d’insabbiamento o d’interrimento, dunque di quei relitti che oggi si trovano in giacitura di superficie, a terra o in ambiente umido). In modo simile a quanto accade per le altre discipline archeologiche, anche l’archeologia navale si avvale in misura sostanziale delle fonti scritte, di quelle iconografiche e di quelle etnografiche; la componente storica costituisce evidentemente un aspetto fondamentale.
Come l’archeologia delle acque, anche l’archeologia navale ha una propria e lunga tradizione di studi, che si è sviluppata notevolmente dalla metà del XIX sec., dunque in un periodo che precede di molto l’avvento dell’archeologia subacquea. Le ricerche poterono disporre per lungo tempo solo delle fonti iconografiche e di quelle letterarie, salvo rare eccezioni costituite dal rinvenimento di qualche relitto in giacitura terrestre. Il recupero delle gigantesche navi romane del lago di Nemi, avvenuto tra il 1928 e il 1932 col parziale prosciugamento del lago stesso, ha reso palesi nel modo più evidente quali fossero le potenzialità offerte dalla ricerca archeologica in ambiente subacqueo; se, in questo caso, non si può ancora parlare di archeologia subacquea come noi la intendiamo oggi, si è pur sempre trattato di un’impresa eccezionale che, per la prima volta, ha riportato fuori dall’acqua delle navi antiche, offrendo la possibilità di una loro conoscenza diretta. Il progresso radicale avvenne con l’introduzione dell’autorespiratore ad aria, che rese molto più semplice l’immersione e che, tra le altre cose, determinò anche lo sviluppo dell’archeologia subacquea vera e propria, con l’intervento diretto degli archeologi sott’acqua a partire dagli anni cinquanta e soprattutto dagli anni sessanta del Novecento: solo da questo periodo l’archeologia subacquea è diventata l’indispensabile alleato dell’archeologia navale, offrendo la possibilità di un approccio diretto con i relitti sul fondo dei mari, dei laghi, delle lagune, dei fiumi.

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